Video-giocando s'impara

15 settembre 2026

Video-giocando s'impara

Il gioco, fin dalle prime fasi di vita, assume un ruolo cruciale nello sviluppo dell'individuo, è il motore dello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale nei bambini: è la forma più spontanea ed efficace di apprendimento.


Attraverso l'esplorazione ludica, il cervello costruisce nuove connessioni sinaptiche, sviluppa il pensiero critico e trasforma concetti astratti in esperienze concrete.


Del gioco si è a lungo occupata la psicologia nel momento in cui ha cercato di identificare la relazione tra questa pratica e precise acquisizioni evolutive nella vita del bambino.


Winnicot, Piaget, Vygotskij, Bruner hanno studiato l'importanza del gioco riconoscendogli una valenza nel processo educativo, di crescita e di apprendimento nel bambino.


Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito ad un profondo cambiamento culturale e sociale. Molti fattori hanno contribuito ad un cambiamento del gioco. L'urbanizzazione, la riduzione degli spazi pubblici sicuri per l'infanzia, la diminuzione del tempo a disposizione per incontrarsi e giocare, l'evoluzione della tecnologia e molto altro hanno contribuito al passaggio dal gioco tradizionale a quello elettronico.

L'aumento della popolarità dei videogiochi ha generato un notevole interesse sugli effetti che questi possono avere sul cervello e sul comportamento umano. Inizialmente sono stati oggetto di ricerca circa gli effetti negativi che i videogiochi potevano avere.


Nella cultura occidentale giocare e soprattutto videogiocare è ritenuta una forma di intrattenimento,

uno svago vuoto, fine a sé stesso. Questa pratica è stata associata culturalmente al teenager, con attitudini antisociali, eccessivo nella sua dedizione a questa attività, che diventa totalizzante, con la possibilità di sviluppare forme di ludopatia o ritiro sociale.


Ma oggi la letteratura scientifica indica che i videogiochi commerciali hanno il potenziale di provocare cambiamenti significativi e duraturi su vari aspetti del comportamento umano, comprese le capacità cognitive. Giocare non è solo un gioco, giocare è un'attività mentale ( Del Fante, 2023).

Numerosi studi dimostrano i benefici offerti dai videogiochi in diverse abilità cognitive, come l'attenzione ( Green & Bavelier 2003), la memoria spaziale (Sacco et al., 2014), le funzioni esecutive, come il problem solving e il decision making (Shute et al., 2015; Granic et al., 2014) e molte altre. Alla luce di questo, diversi gruppi di ricerca hanno voluto testarne l'efficacia in setting riabilitativi e nella formazione professionale (Green & Bavalier, 2012). Sulla base della plasticità cerebrale, diversi studi hanno documentato miglioramenti in termini cognitivi, motivazionali, emotivi e sociali a seguito di training videoludici (Choi et al., 2020; Granic et al., 2014; Nahum & Bavelier, 2020). Il videogioco non è più dunque solo un passatempo, ma anche un mezzo attraverso il quale apprendere e acquisire nuove competenze (Nahum & Bavelier, 2020).


Funzioni esecutive

L'atto di giocare ai videogiochi va ben oltre una risposta meccanica agli stimoli visivi presentati sullo schermo. E' un coinvolgimento complesso di funzioni cognitive che richiedono operazioni mentali articolate. Affrontare le sfide proposte dai videogiochi non si limita solo al prestare e mantenere l'attenzione sugli stimoli rilevanti, ma coinvolge anche abilità di risoluzione di problemi, pianificazione delle strategie e gestione delle risorse, oltre a richiedere l'adattamento e la flessibilità alle situazioni in continua evoluzione. Quando parliamo di queste abilità, entriamo nel territorio delle funzioni esecutive.


Attenzione

E' una funzione cognitiva che è stata individuata come potenzialmente migliorabile attraverso i videogiochi, in particolare quelli d'azione. L'attenzione è un'abilità fondamentale che consente di selezionare gli stimoli rilevanti, ignorando quelli non salienti e di mantenere il focus sull'obiettivo.

Le evidenze scientifiche indicano che i videogiocatori di giochi d'azione riescono a gestire le risorse

attentive in modo più efficiente, migliorando la capacità di filtrare informazioni e allocare l'attenzione in modo più efficace (Azizi et al., 2017; Gong et al., 2017).

Sulla base di tali dati, i videogiochi vengono usati in diversi campi di potenziamento cognitivo per riabilitare l'attenzione, portando benefici in pazienti con lesioni cerebrali a seguito di traumi (Vakili & Langdon, 2014), nel trattamento di disturbi da deficit di attenzione/iperattività (Bioulac et al., 2008) e per i disturbi specifici dell'apprendimento(Franceschini et al., 2013).


Memoria

Diversi studi hanno dimostrato come i videogiochi possano apportare benefici cognitivi per quanto riguarda la memoria di lavoro (Brilliant et al., 2019; Choi et al., 2020; Colzato et al., 2013; Toril et al., 2016), tipologia di memoria fondamentale perchè implicata in ogni attività, come il pensiero, la risoluzione dei problemi, l'elaborazione di informazioni, la comprensione del linguaggio. Nei videogiochi, per raggiungere e completare le missioni, è necessario mantenere le informazioni in modo temporaneo e potervi operare, il giocatore deve mantenere informazioni sullo stato delle risorse o la posizione delle truppe.

Altri studi hanno evidenziato benefici anche sulla memoria procedurale, riscontrando miglioramenti in termini di precisione e accuratezza della coordinazione oculo-manuale (Griffith et al., 1983).

Oggi i videogiochi vengono usati come training per tutte quelle professioni che devono compiere azioni automatiche e molto accurate, come la chirurgia (Rosser et al., 2007).

I videogiochi permettono anche di allenare la memoria spazio-temporale, infatti il giocatore immerso in ambienti virtuali complessi, per muoversi in modo efficace, è costretto a ricordare la disposizione degli oggetti, delle missioni, dei percorsi e sapersi orientare.


Problem solving

Ogni giorno incontriamo problemi. La capacità di risolverli è una competenza trasversale sempre più richiesta anche nei contesti di lavoro. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS 1993) definisce il problem solving come una delle 10 più importanti Life Skills, ovvero le abilità che preparano l'individuo ad affrontare efficacemente le sfide quotidiane e prevengono lo sviluppo di comportamenti a rischio. I giocatori imparano a gestire problemi sempre nuovi, allenando e potenziando le abilità che servono a farlo (Del Fante, 2023). I videogiochi di strategia in tempo reale o di ruolo sembrano proprio incrementare le abilità di problem solving, insegnando all'utente a raccogliere le informazioni sulle strategie degli avversari, a valutare attentamente le diverse ipotesi possibili e a formulare un piano d'azione per risolvere i problemi.


Decision making

Quando parliamo di decision making ci riferiamo all'abilità di prendere una decisione nel minor tempo possibile e nel modo più efficace. Le decisioni richiedono una valutazione delle opzioni possibili, in base a una preferenza; la selezione e l'esecuzione di un'azione e, infine, la valutazione del risultato (Ernst & Paulus, 2005).

I videogiochi presentano al loro interno delle meccaniche di gioco che ci portano a compiere costantemente delle scelte a volte in un tempo dilazionato a volte in tempi brevissimi.




Consolle, smartphone, tablet, computer sono ormai sempre più parte della vita quotidiana di giovani e adulti. L'utilizzo che ne viene fatto fa la differenza. Sulla base delle evidenze scientifiche possiamo affermare che i videogiochi come la tecnologia possono avere molti effetti positivi.

I benefici delle tecnologie però non sono automatici, la maturità non si acquisisce da soli e i nativi digitali possono diventare con la stessa facilità pensatori digitali o idioti digitali. Le opportunità offerte dal gioco computerizzato sono evidenti, ma la differenza è nell'utilizzo che ne viene fatto.

Le scoperte non possono essere “ disinventate” quindi abbiamo un'unica strada percorribile: la responsabilità della gestione.

30 giugno 2026
Che cosa unisce linguaggio e separazione, due parole che sembrano così distanti nel loro significato. Linguaggio è comunicazione e la comunicazione è il mezzo per unire, collegare, mettere in contatto e non certo separare. Nonostante ciò esiste una relazione tra loro e per scoprirla dovremo fare un viaggio nel tempo e tornare a milioni di anni fa, quando l'uomo ha iniziato a parlare. Anche il linguaggio ha avuto un'evoluzione, l'uomo primitivo non si è svegliato una bella mattina e ha iniziato a parlare. Ci sono molte teorie, in reciproco contrasto, ma io vorrei brevemente parlarvi della suggestiva ed interessante teoria della dottoressa Falk, una paleoantropologa americana che collega il bipedismo, cioè il momento in cui gli uomini hanno iniziato a camminare su due gambe, all'articolazione dei primi suoni. La dottoressa Falk ipotizza che nel momento in cui gli uomini primitivi passarono dalla posizione a 4 zampe alla posizione eretta si verificarono molti cambiamenti fisici e organici. Tra questi, quello che interessa il linguaggio, è la laringe che cambiò la sua posizione permettendo così la produzione di una più ampia gamma di suoni rispetto ai primati. L'altro cambiamento fondamentale fu il restringimento del canale del parto, questo associato all'andatura eretta, rese il parto estremamente doloroso e pericoloso. Come spesso accade, questa situazione critica fu risolta da una mossa evolutiva equilibrante: solo i cuccioli più piccoli, meno sviluppati sopravvissero alle ordalie del parto. A causa però della loro immaturità fisica, a questi neonati mancava la capacità di aggrapparsi alle madri senza essere sostenuti, una capacità che i cuccioli delle scimmie antropomorfe sviluppavano molto rapidamente. Prima dell'invenzione del marsupio, le madri non avevano altra scelta che portare i loro cuccioli indifesi appoggiati sui fianchi o tra le braccia. E, cosa ancor più importante, erano costrette a mettere giù i loro neonati mentre raccoglievano il cibo. Senza alcun dubbio i cuccioli, separati dalle loro madri, si saranno agitati, avranno iniziato a gridare e le mamme preistoriche avranno tentato di calmarli producendo i primi suoni e le prime parole dei nostri progenitori. Così ebbe origine, secondo la teoria della dottoressa Falk il linguaggio. Possiamo quindi affermare, rifacendoci a questa teoria che il linguaggio è emerso grazie alla separazione, dal bisogno che le madri all'origine della specie hanno avuto nel dover consolare i propri piccoli poggiati a terra. Sono passati milioni di anni e adesso l'uomo ha nel proprio DNA la capacità di parlare, ma tutt'oggi la separazione ha ancora un ruolo fondamentale nello sviluppo linguistico dei bambini. Vediamo come. Quando nasce un bambino, come il cucciolo nostro antenato, non sa parlare, non ne ha bisogno, c'è la mamma vicino a lui che se ne prende cura, soddisfa tutti i suoi bisogni primari: lo nutre lo protegge. Quando il bambino inizia a crescere e la madre o il caregiver si cominciano ad allontanare, il seno viene sostituito con il biberon poi con la pappa e quindi la mamma o chi per essa inizia ad allontanarsi da lui, a separarsi per breve tempo per andare a preparare il necessario lasciandolo nella sdraietta o nel lettino da solo per poco tempo e il bambino, come il cucciolo primitivo, inizia a piangere, a strillare perchè pensa che lo abbiano abbandonato. Allora la madre usa la voce per rassicurarlo, per fargli capire che non è sparita, si è solo allontanata, ma che presto tornerà. La voce, il canto riempiono il vuoto della distanza e il bambino si calma, si rassicura come ipotizzato dalla dottoressa Falk. Intorno al 4-5 mese il bambino inizia a rispondere a quelle voci facendo i primi tentativi vocalici, impara a gorgogliare e ad emettere suoni gutturali o simili per proprio divertimento. La coppia genitoriale inizia ad attribuire senso e significato a tali suoni recandosi da lui e se inizialmente non possono sapere con esattezza quale sia il loro vero significato, nel tempo lo aiutano a compiere i primi passi verso l'interazione sociale e la comunicazione. Verso i 6 mesi il bambino inizia a “lallare” cioè inizia a ripetere sillabe semplici come consonante-vocale, che non hanno ancora un significato ma è compito dell'adulto rinforzare e associare quel suono ad un oggetto, persona o azione, dargli quindi un significato. La parola lallazione deriva dal latino LALLATIO che significa “canterellare” ed infatti queste produzioni di sillabe sembrano proprio una cantilena. Mentre i bambini imparano la lingua, i genitori parlano con loro in un modo speciale, conosciuto come linguaggio bambinesco, linguaggio musicale o MATERNESE. Fin dalla nascita i neonati riconoscono la voce della madre, anche se non è più attenuata dal liquido amniotico. Il feto e il neonato non capiscono il significato delle parole, assorbono invece le intonazioni, i ritmi e la musicalità della voce materna e queste sono le prime caratteristiche su cui si basa l'apprendimento del linguaggio : la MUSICALITA', la PROSODIA. Il bambino intorno ai 7-9 mesi inizia a gattonare, altra tappa importante perchè in questa fase il bambino inizia a spostarsi, ad ALLONTANARSI fisicamente e autonomamente per esplorare e conoscere lo spazio e gli oggetti che lo circondano. Il bambino si muove, guarda, tocca e il caregiver lo accompagna con la voce denominando cosa sta guardando, toccando o descrivendo cosa accade o facendo ipotesi su quello che il bambino vorrebbe fare. In questa fase il bambino non sa ancora parlare ma nel suo cervello avviene un processo fondamentale per la futura evoluzione del linguaggio che è la COMPRENSIONE. Il bambino inizia ad associare le parole udite agli oggetti toccati, alle azioni compiute, alle persone viste e le deposita nel cassetto della sua memoria. La successiva tappa è la DEAMBULAZIONE, il bambino ha circa 1 anno e la sua curiosità accompagnata da una migliore autonomia di spostamento lo porta ad aumentare la distanza dal caregiver per esplorare maggiormente lo spazio e di conseguenza le conoscenze. Il linguaggio dei genitori diviene sempre più ricco e variato. La comprensione aumenta e compaiono le PRIME PAROLE. Da questo momento la crescita del linguaggio sarà esponenziale, il bambino che ad un anno produce circa 10 parole, a due anni ne produrrà tra 200 e 300 per giungere a tre anni in cui sarà in grado di produrre circa 1000 parole e formulare semplici frasi. Possiamo concludere osservando che esista un rapporto direttamente proporzionale tra il linguaggio e la separazione: nella sdraietta il bambino emette suoni vocalici, gorgoglii, mentre gattona inizia a lallare ed infine quando impara a camminare emergono le prime parole. PIU' IL BAMBINO SI ALLONTANA E MAGGIORI PAROLE PRODUCE. Quando i bambini sono piccoli e non sanno ancora parlare è importante che i genitori insegnino parole, verbi, frasi ma diano anche voce alle loro emozioni, agli stati d'animo per costruire un vocabolario emotivo più ampio possibile perchè il linguaggio possa diventare, quando saranno adulti lo strumento per potersi esprimere, per affrontare le separazioni e i cambiamenti.
27 aprile 2026
L'ultima edizione del progetto presso l'I.S.I G. Marconi di Viareggio
16 aprile 2026
Un viaggio attraverso le difficoltà del diventare e dell’essere genitori In collaborazione con Medusa – Società versiliese di cultura Gennaio-Aprile 2024
16 aprile 2026
“Il vero obiettivo della psicomotricità non è il movimento, ma l’emozione implicata dal movimento. Il corpo allora è visto e considerato come un “linguaggio” che esprime ciò che il bambino vive dentro di sé” G. Nicolodi
16 aprile 2026
PROGETTO INCLUSIONE RIVOLTO ALLE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO Associazione “Gruppo Famiglie Dravet” “ Il pianeta Dravet”