Progetto Dravet

16 aprile 2026

PROGETTO INCLUSIONE RIVOLTO ALLE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO Associazione “Gruppo Famiglie Dravet”


Il pianeta Dravet”


“Non far caso a me.

Io vengo da un altro pianeta.

Io ancora vedo orizzonti

dove tu disegni confini”

Frida Kahlo


Il progetto, finanziato dall’Associazione “Gruppo Famiglie Dravet”, nasce con lo scopo di far conoscere la sindrome di Dravet nelle realtà scolastiche dove sono inseriti/e bambini/e e ragazzi/e che ne sono affetti.

Il progetto si sviluppa necessariamente su due binari paralleli: uno rivolto agli/alle alunni/e ed uno, invece, dedicato agli/alle insegnanti. Proprio il lavoro con gli insegnanti e le insegnanti, a nostro parere, diventa tempo di eccellenza per la nascita ed il dispiegarsi del processo d’inclusività. Questo, di fatto, non può partire dai ragazzi e dalle ragazze, se non sono gli/le insegnanti a mettersi in gioco per primi/e.


Obiettivo di questo intenso percorso è promuovere l’esperienza, piuttosto che “il parlare di…” dell’INCLUSIVITÁ e della DISABILITÁ. Guida preziosa nel pensare le attività del progetto è stata proprio la spinta ad avvicinare queste due parole che sembrano, apparentemente, nascondere significati opposti. Là dove, infatti, “disalbilità” sollecita a tenere separata la “dis” dall’”abilità”, scoprendo la mancanza, l’impossibilità, l’anomalia del fare e, quindi, un confine di netta separazione; “inclusività”, al contrario, riguarda la capacità di contenere e di percorrere sentieri di avvicinamento all’altro, che mostrino orizzonti sempre nuovi al di là dei confini.


Nel progetto le parole diventano luoghi di partenza, assumendo poi consistenza e valore nella condivisione dell’esperienza fra gruppo classe e gruppo docenti.


Abbiamo avuto la necessità di leggi, decreti e normative per tenere dentro ad una classe chi fa più fatica o chi è diverso nelle abilità; ma abbiamo così perso di vista che il processo di inclusività non dev’essere rivolto alla persona con disabilità, bensì a ciascuno di noi.


Siamo noi, che di fronte ad una nuova modalità, abbiamo il dovere di trovare un sentiero, un passaggio verso l’altro, senza per questo invadere o sconfinare le altrui e proprie libertà di essere.


Tracciare nuovi sentieri, però, è un’impresa che richiede coraggio e fatica: il coraggio e la fatica di cambiare prospettiva.



È qui che il progetto “Il Pianeta Dravet” offre allora il suo contributo. Partiremo dagli stereotipi legati alla disabilità, per passare poi alla loro destrutturazione; attraverseremo insieme l’esperienza soggettiva del “limite” ed approderemo, infine, a quella che è l’immensa ricchezza della diversità.




30 giugno 2026
Che cosa unisce linguaggio e separazione, due parole che sembrano così distanti nel loro significato. Linguaggio è comunicazione e la comunicazione è il mezzo per unire, collegare, mettere in contatto e non certo separare. Nonostante ciò esiste una relazione tra loro e per scoprirla dovremo fare un viaggio nel tempo e tornare a milioni di anni fa, quando l'uomo ha iniziato a parlare. Anche il linguaggio ha avuto un'evoluzione, l'uomo primitivo non si è svegliato una bella mattina e ha iniziato a parlare. Ci sono molte teorie, in reciproco contrasto, ma io vorrei brevemente parlarvi della suggestiva ed interessante teoria della dottoressa Falk, una paleoantropologa americana che collega il bipedismo, cioè il momento in cui gli uomini hanno iniziato a camminare su due gambe, all'articolazione dei primi suoni. La dottoressa Falk ipotizza che nel momento in cui gli uomini primitivi passarono dalla posizione a 4 zampe alla posizione eretta si verificarono molti cambiamenti fisici e organici. Tra questi, quello che interessa il linguaggio, è la laringe che cambiò la sua posizione permettendo così la produzione di una più ampia gamma di suoni rispetto ai primati. L'altro cambiamento fondamentale fu il restringimento del canale del parto, questo associato all'andatura eretta, rese il parto estremamente doloroso e pericoloso. Come spesso accade, questa situazione critica fu risolta da una mossa evolutiva equilibrante: solo i cuccioli più piccoli, meno sviluppati sopravvissero alle ordalie del parto. A causa però della loro immaturità fisica, a questi neonati mancava la capacità di aggrapparsi alle madri senza essere sostenuti, una capacità che i cuccioli delle scimmie antropomorfe sviluppavano molto rapidamente. Prima dell'invenzione del marsupio, le madri non avevano altra scelta che portare i loro cuccioli indifesi appoggiati sui fianchi o tra le braccia. E, cosa ancor più importante, erano costrette a mettere giù i loro neonati mentre raccoglievano il cibo. Senza alcun dubbio i cuccioli, separati dalle loro madri, si saranno agitati, avranno iniziato a gridare e le mamme preistoriche avranno tentato di calmarli producendo i primi suoni e le prime parole dei nostri progenitori. Così ebbe origine, secondo la teoria della dottoressa Falk il linguaggio. Possiamo quindi affermare, rifacendoci a questa teoria che il linguaggio è emerso grazie alla separazione, dal bisogno che le madri all'origine della specie hanno avuto nel dover consolare i propri piccoli poggiati a terra. Sono passati milioni di anni e adesso l'uomo ha nel proprio DNA la capacità di parlare, ma tutt'oggi la separazione ha ancora un ruolo fondamentale nello sviluppo linguistico dei bambini. Vediamo come. Quando nasce un bambino, come il cucciolo nostro antenato, non sa parlare, non ne ha bisogno, c'è la mamma vicino a lui che se ne prende cura, soddisfa tutti i suoi bisogni primari: lo nutre lo protegge. Quando il bambino inizia a crescere e la madre o il caregiver si cominciano ad allontanare, il seno viene sostituito con il biberon poi con la pappa e quindi la mamma o chi per essa inizia ad allontanarsi da lui, a separarsi per breve tempo per andare a preparare il necessario lasciandolo nella sdraietta o nel lettino da solo per poco tempo e il bambino, come il cucciolo primitivo, inizia a piangere, a strillare perchè pensa che lo abbiano abbandonato. Allora la madre usa la voce per rassicurarlo, per fargli capire che non è sparita, si è solo allontanata, ma che presto tornerà. La voce, il canto riempiono il vuoto della distanza e il bambino si calma, si rassicura come ipotizzato dalla dottoressa Falk. Intorno al 4-5 mese il bambino inizia a rispondere a quelle voci facendo i primi tentativi vocalici, impara a gorgogliare e ad emettere suoni gutturali o simili per proprio divertimento. La coppia genitoriale inizia ad attribuire senso e significato a tali suoni recandosi da lui e se inizialmente non possono sapere con esattezza quale sia il loro vero significato, nel tempo lo aiutano a compiere i primi passi verso l'interazione sociale e la comunicazione. Verso i 6 mesi il bambino inizia a “lallare” cioè inizia a ripetere sillabe semplici come consonante-vocale, che non hanno ancora un significato ma è compito dell'adulto rinforzare e associare quel suono ad un oggetto, persona o azione, dargli quindi un significato. La parola lallazione deriva dal latino LALLATIO che significa “canterellare” ed infatti queste produzioni di sillabe sembrano proprio una cantilena. Mentre i bambini imparano la lingua, i genitori parlano con loro in un modo speciale, conosciuto come linguaggio bambinesco, linguaggio musicale o MATERNESE. Fin dalla nascita i neonati riconoscono la voce della madre, anche se non è più attenuata dal liquido amniotico. Il feto e il neonato non capiscono il significato delle parole, assorbono invece le intonazioni, i ritmi e la musicalità della voce materna e queste sono le prime caratteristiche su cui si basa l'apprendimento del linguaggio : la MUSICALITA', la PROSODIA. Il bambino intorno ai 7-9 mesi inizia a gattonare, altra tappa importante perchè in questa fase il bambino inizia a spostarsi, ad ALLONTANARSI fisicamente e autonomamente per esplorare e conoscere lo spazio e gli oggetti che lo circondano. Il bambino si muove, guarda, tocca e il caregiver lo accompagna con la voce denominando cosa sta guardando, toccando o descrivendo cosa accade o facendo ipotesi su quello che il bambino vorrebbe fare. In questa fase il bambino non sa ancora parlare ma nel suo cervello avviene un processo fondamentale per la futura evoluzione del linguaggio che è la COMPRENSIONE. Il bambino inizia ad associare le parole udite agli oggetti toccati, alle azioni compiute, alle persone viste e le deposita nel cassetto della sua memoria. La successiva tappa è la DEAMBULAZIONE, il bambino ha circa 1 anno e la sua curiosità accompagnata da una migliore autonomia di spostamento lo porta ad aumentare la distanza dal caregiver per esplorare maggiormente lo spazio e di conseguenza le conoscenze. Il linguaggio dei genitori diviene sempre più ricco e variato. La comprensione aumenta e compaiono le PRIME PAROLE. Da questo momento la crescita del linguaggio sarà esponenziale, il bambino che ad un anno produce circa 10 parole, a due anni ne produrrà tra 200 e 300 per giungere a tre anni in cui sarà in grado di produrre circa 1000 parole e formulare semplici frasi. Possiamo concludere osservando che esista un rapporto direttamente proporzionale tra il linguaggio e la separazione: nella sdraietta il bambino emette suoni vocalici, gorgoglii, mentre gattona inizia a lallare ed infine quando impara a camminare emergono le prime parole. PIU' IL BAMBINO SI ALLONTANA E MAGGIORI PAROLE PRODUCE. Quando i bambini sono piccoli e non sanno ancora parlare è importante che i genitori insegnino parole, verbi, frasi ma diano anche voce alle loro emozioni, agli stati d'animo per costruire un vocabolario emotivo più ampio possibile perchè il linguaggio possa diventare, quando saranno adulti lo strumento per potersi esprimere, per affrontare le separazioni e i cambiamenti.
27 aprile 2026
L'ultima edizione del progetto presso l'I.S.I G. Marconi di Viareggio
16 aprile 2026
Un viaggio attraverso le difficoltà del diventare e dell’essere genitori In collaborazione con Medusa – Società versiliese di cultura Gennaio-Aprile 2024
16 aprile 2026
“Il vero obiettivo della psicomotricità non è il movimento, ma l’emozione implicata dal movimento. Il corpo allora è visto e considerato come un “linguaggio” che esprime ciò che il bambino vive dentro di sé” G. Nicolodi